Stai
pensando di cambiare menu?
Non è questo. I piatti dell’osteria sono quelli.
Un giorno trovi l’uno, un giorno l’altro.
Noi facciamo una cucina toscana alleggerita e allietata. Non amiamo la pesantezza
e la ridondanza. Se quel giorno non trovi il piatto che desideri è perché quel
giorno non può essere servito con la qualità che io desidero.
Il vino che porto in tavola lo curo per anni alle Chiuse di Sotto. Ci lavoriamo
in molti, dalle donne che raccolgono dopo una tripla selezione le uve all’enologo,
al cantiniere. Anche mettere insieme questo team di esperienze e di conoscenze
ha comportato impegno. Se facciamo questo è perché vogliamo portare in tavola
il meglio. Vogliamo darvi qualcosa che vi faccia star bene. Se il cliente non
trova il meglio ha ragione di protestare. “Chi vuol esser lieto sia - di doman
non c’e certezza.” Voglio dare un po’ di letizia. Anche a me stesso. Voglio farvi
ridere e ridere. Non posso farlo gratis. Portare la letizia a tavola è diverso
che darla con i giochi di prestigio in Piazza del Campo. Ci vuole, ugualmente
intuito, ci vuole abilità, ma anche investimenti, cooperazione, e creazione di
un linguaggio.
Un linguaggio gastronomico?
Un linguaggio è un linguaggio. Nel cibo come nel vino si riflettono le influenze
oltre che le esperienze di tanti: di musicisti, di poeti, di pittori, di insegnanti.
L’aria, gli umori, le energie. C’è un travaso di sensazioni e di emozioni tra
le esperienze, come tra i sensi. Io odio star male e odio vedere le persone star
male. Tutto ciò che è dolore e abbandono mi ripugna. Mi piace star bene e fare
star bene la gente. Mi piace essere accolto e accogliere bene. Questo è il mio
linguaggio. Non amo le sbruffonerie. Non amo le prepotenze. Godo della conversazione.
Il mio cibo e il mio vino sono al servizio di questa cultura. Quello che io voglio
lasciare è questo.A
Le Logge e a Le Chiuse di Sotto ci lavorano e ci hanno lavorato
profess-ionisti giapponesi, americani, africani, italiani del
Veneto, della Sardegna, della Campania.
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